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ISBN 9788855533713
formato 14,5 x 21,5
pag. 216
anno 2017
Vostro prezzo € 25.00
Budriesi L.
Michel Leiris sui palcoscenici della possessione
Etiopia e Haiti. Scritti 1930 - 1983
Materia: Antropologia
Collana di antropologia delle religioni  n. 2

Sommario:

Michel Leiris, sui palcoscenici della possessione: Etiopia e Haiti - cronologia di Michel Leiris - opere di Michel Leiris  - note ai testi - la possessione in Etiopia: l’occhio dell’etnografo. A proposito della missione Dakar-Gibuti 1930 - il toro di Seyfou Tchenger 1933 - l’Africa fantasma 1934 - il culto degli zar a Gondar (Etiopia settentrionale) 1934 - un rito medico-magico etiope: il lancio del danqârâ 1935 - abissinia intima 1935 - la credenza nei geni zar nell’Etiopia del Nord 1938 - la possessione e i suoi aspetti teatrali tra gli Etiopi di Gondar 1958 - la possessione da parte degli zar presso i cristiani del Nord dell'Etiopia 1960 - Zar 1968 - il chierico Mazmur 1975 - «Non accontentarsi di essere quello che si è…». Introduzione a Gilbert Rouget, La musique et la trance 1980 - incenso per Berhânê 1983 - La possessione a Haiti: sacrificio di un toro presso l’hungan Jo Pierre-Gilles 1951 - nota sull’uso di cromolitografie cattoliche da parte degli adetti del vodu di Haiti 1953 - premessa a Alfred Métraux, Il Vodu haitiano 1968. 

Presentazione:

Michel Leiris sui palcoscenici della possessione. Etiopia e Haiti. Scritti 1930 - 1983, è una raccolta esaustiva dei lavori di Michel Leiris sui culti zar in Etiopia (dagli anni Trenta agli anni Settanta) e sul vodu haitiano (degli anni Cinquanta), tradotti e commentati dall’autrice. Da questi lavori (assai poco conosciuti, soprattutto in Italia) e dai saggi più ampi e noti, l’Africa fantasma, del 1934, e La possessione e i suoi aspetti teatrali presso gli Etiopi di Gondar, del 1958, prende le mosse questa opera, che, seguendo un percorso cronologico, intende inserire la pionieristica lettura teatrale della possessione da parte di Michel Leiris (che ebbe quale privilegiato interlocutore Alfred Métraux), nel dipanarsi della sua complessiva ricerca di senso. Il teatro della possessione, costituì, infatti, un terreno fertilissimo su cui crebbe, intrecciandosi, la produzione dell’etnologo e quella del letterato/autobiografo e del poeta. La forza della scrittura di Leiris è nella sua mancanza di autorevolezza, nel suo distacco, nella sua voluta frammentaria soggettività, nello spaesamento, in qualche modo ricercato. Una scrittura che restituisce l’altalena emozionale dell’autore, dall’estraneità completa al febbrile coinvolgimento fino al desiderio sessuale. Il suo tentativo di “bagnarsi nella carne viva dei posseduti” e la sua anima militante mettono in gioco fortemente la sua soggettività di ricercatore e di uomo e ricordano il lavoro sull’attore in quanto “uomo integrale corpo mente e anima” perseguita dai Maestri del Novecento teatrale. 

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